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mercoledì 26 agosto 2015

Concetta Ellul
articolo di Pietro Antonucci
http://www.visitalatri.it/index.php/component/content/article/43-notizie/777-concetta-ellul-storia-di-uninternata-alle-fraschette


Concetta Ellul, "Tina" per gli amici, arrivò al campo delle Fraschette insieme ai suoi famigliari che aveva pochi mesi. Insieme ad altre centinaia di anglo-maltesi, sudditi britannici espulsi dalla Libia (lei è nata a Tripoli, ndc), fu tra i primissimi internati al campo alatrense.
Correva l'anno 1942.
La piccola Concetta lasciò poi le Fraschette nel 1944, dopo avervi perso molti degli affetti più cari, tra cui il padre, un cugino e il nonno.
A settanta anni esatti di distanza, Concetta Ellul ha rimesso piede nel campo delle Fraschette.
La mattina del 5 giugno 2014 ha varcato il cancello del campo e con la mente e il cuore è tornata indietro nel tempo, alle sofferenze, ai disagi, alle paure di quegli anni oggi così distanti, ma ancora vivi, fortemente vivi, nel suo animo.
Ad accompagnarla in questo viaggio a ritroso il marito Roger Turner con il quale oggi vive nei pressi di Vancouver, in Canada. Con loro Marilinda Figliozzi e Pietro Antonucci, studiosi che da anni sono impegnati insieme a Carlo e Mario Costantini, in un'opera di ricostruzione storica e di conservazione della memoria di quelle che sono state le vicende delle Fraschette, i quali li hanno "guidati" nel breve ma intenso soggiorno alatrense.
L'ingresso al campo si è rivelato denso di emozioni fin dall'inizio: i sorrisi iniziali hanno lasciato subito lo spazio a una comprensibile trepidazione. Tutti quelli che le erano attorno hanno fatto silenzio: il momento era semplice, ma solenne allo stesso tempo. Ed era suo. Era solo suo. Il suo volto è stato come percorso dai rivoli dei ricordi, che sono emersi in maniera vivida. Sembravano di ieri... eppure sono trascorsi settant'anni!
Concetta si è arrestata davanti alla piccola chiesa del campo, ormai un ammasso di ruderi, poi mano nella mano con suo marito sono entrati dentro. Si sono soffermati a leggere le scritte lasciate da qualche vandalo, ma si capiva lontano un miglio che nella mente di Concetta si addensavano tanti pensieri.
Quindi, Concetta Ellul ha iniziato a parlare di quella che è stata la sua esperienza, tra racconti tragici, drammatici. Parole, espressioni, sensazioni raccolte dalle riprese video e dagli scatti fotografici di Valerio Nicolosi e Maria Novella De Luca. Ecco allora che sono riaffiorati le immagini delle prime baracche, ben diverse da quelle che ci sono ora, la morte del nonno e quella del padre, perito sotto il bombardamento del febbraio 1944 (in quello stesso episodio, il fratello di Concetta perse la gamba sinistra), gli stenti patiti per la fame, la morte di un piccolo cugino caduto in una pentola di zuppa bollente, la storia dei poliziotti che molestavano le donne, la madre divenuta cieca per le botte ricevute...
Signora Concetta, che effetto le fa tornare al campo delle Fraschette dopo tanti anni? La domanda la coglie nel profondo nel cuore e non riesce a trattenere la commozione... L'intervista finisce lì, ma alle lacrime sono seguiti ancora altri momenti pieni di ricordi, passeggiando tra la vegetazione spontanea e le baracche dirute. "Lo sapete? - ha detto la signora Concetta - La mia era una famiglia ricca e, quando morì mio padre nel campo, mia madre volle che fosse sepolto vestito di tutto punto". Un cenno all'opera del vescovo Edoardo Facchini e, poi, sono venuti a galla anche altri particolari delicati, inediti per certi aspetti: "Tina" Ellul ha affermato che nel campo vennero nascosti anche alcuni bambini ebrei per sottrarli al trasferimento verso i campi di concentramento e di sterminio.
Anche il giorno successivo è stata una giornata emozionante. Concetta e Roger si sono recati in Comune e, all'ufficio dello Stato Civile, hanno ottenuto una copia dell'atto di morte del padre di Concetta: da un vecchio registro del 1944, ecco spuntare il nome di Michele Ellul. La riapertura di quel vecchio registro è stato come un altro tuffo al cuore per "Tina". L'impiegata del Comune ha iniziato a leggere qualche riga di quell'atto per poi dire: "Suo padre è deceduto all'ospedale di Alatri". "Tina" ha fatto un cenno con la testa, un "sì" sommesso, coperto ancora dall'emozione. Nel pomeriggio ha ricevuto insieme a Roger la visita di alcuni parenti provenienti da Napoli, tra cui la figlia di una sorella anch'essa internata alle Fraschette. Infine, Marilinda Figliozzi ha consegnato a Concetta Ellul una copia di alcuni documenti, ingialliti dal tempo, in cui appare il suo nome insieme a quelli di tanti altri internati anglo-maltesi.
Sabato 7 giugno 2014, Concetta e Roger hanno lasciato Alatri, tra i saluti e gli abbracci di chi li ha accompagnati durante la loro permanenza: un'amicizia nata rapidamente, anche se giunta dopo innumerevoli scambi di email e informazioni, e vissuta con grande intensità.
Vita e cronaca di una piccola grande donna che la Storia ha portato ad Alatri.





si prega   di citare la fonte e l'autore dell'articolo in caso di utilizzazione del testo   


 Foto di Maria Novella de Luca 


 Concetta è una signora dolcissima, sempre sorridente, anche se la vita, in gioventù , con lei non è stata molto buona,anzi direi cattivissima
Il papà arrivò in Italia già ferito negli scontri in Libia con i soldati italiani. Concetta aveva solo 3 mesi e sa , dai ricordi dei parenti, di essere stata in vari posti , tra cui Fiuggi, prima di essere internata a Fraschette.

Insieme ai genitori e a lei c'erano anche altri 4 fratelli. Una sorella signorinetta fu più volte molestata dai soldati e la mamma divenne cieca a seguito di una caduta fatta per impedire che il marito venisse mandato a lavorare per i Tedeschi.

 Ma il signor Michele Ellul non fu comunque aiutato dalla fortuna , morì nel mitragliamento del campo del 15 febbraio del 44, e il figlio Vincenzo, che dormiva con lui perse la gamba sinistra.

Dal 25 febbraio si decise di trasferire a Fossoli tutti gli Anglo- maltesi, ma la famiglia Ellul rimase a Roma, in viale delle Medaglie d’oro dove fu curato Vincenzo e dove nacque il sesto fratello.


Anche il ritorno a casa , fu lungo e faticoso . La cosa incredibile (!) è che dopo aver ripreso una vita e un’attività normale , la politica di Geddafi li portò di nuovo fuori dalla Libia e Concetta si trasferì in Canada.
in questa foto del 18 luglio 1944 già si era riconosciuto dall' Australia Joe Pace: è l'ultimo bimbo a destra vestito di bianco. La terza bimba in prima fila da destra è Antonia Ellul , la sorella della Signora Concetta


LE FRASCHETTE

LUOGO DI DOLORE


https://www.costantinojadecola.com/2020/11/25/le-fraschette-luogo-di-dolore/


Ma a Frosinone c’era o non c’era un campo di concentramento? A provocare il quesito fu, nel 1998, un passaggio di un libro di Arrigo Petacco pubblicato quell’anno, L’archivio segreto di Mussolini, nel quale l’autore riporta tra virgolette parte di «un lungo rapporto dell’OVRA (Opera Volontaria di Repressione Antifascista, ndasull’attività politica-economica-amorosa del gerarca cremonese» Roberto Farinacci. Petacco scrive che questo rapporto «è del 1940 e contiene l’elenco completo delle sue malefatte(di Farinacci, nda), dalle speculazioni ‘della banda Farinacci, Varenna, Candiani, sempre sotto accusa quando c’è uno scandalo’, ai suoi intrallazzi per favorire gli ebrei ricchi mentre nel contempo manifesta il proprio antisemitismo facendo ‘rinchiudere nel campo di concentramento di Frosinone due giovani israeliti, Vito e Salvatore Fano, di Roma, colpevoli di avere rivolto la parola a due ragazze ariane’»[1].

Ora, se queste cose Petacco le avesse scritte lui, evidentemente non ci sarebbero stati problemi per saperne di più; dal momento, però, che di esse egli ne è il semplice trascrittore, è difficile che possa darne ulteriori delucidazioni. 

Non resta, allora, che ipotizzare qualche soluzione. Della presenza di un campo di concentramento a Frosinone, inteso come città, tracce non ce ne sono. Né pare vi sia cenno alcuno nel libro di P. Francesco Tatarelli La morte viene dall’alto [2], la più esaustiva pubblicazione sulle vicende di guerra capitate al capoluogo. 

Può, dunque, ragionevolmente supporsi che potrebbe trattarsi, piuttosto, del campo di concentramento delle Fraschette, un’ampia fascia di territorio ad ovest di Alatri «delimitata da grosse mura» dove vennero costruite «174 baracche, di cui un centinaio attrezzate a dormitorio»[3]. Esso venne realizzato «dopo l’occupazione e lo smembramento della Jugoslavia, nel 1941», quando, scrive Mario Costantini, «all’Italia andò parte della Slovenia, il litorale dalmato della Croazia, il Montenegro ed il Kosovo. Seguì una vera e propria operazione di ‘pulizia etnica’, con la massiccia migrazione forzata di parte di quelle popolazioni (500.000 persone circa) verso campi di internamento realizzati in Italia e in Albania. Alcuni furono realizzati a Cairo Monte Notte, Fossalon di Grado, Gonars, Grumello al Piano, Lanciano, Lipari, Monigo, Renicci ed Alatri. Questi campi erano gestiti al di fuori delle disposizioni normative in materia, con il risultato di alti indici di mortalità e condizioni di vita raccapriccianti».

Quello delle Fraschette è un problema che emerge nell’estate del 1943, quando, come scrivo in un mio libro[4], «sono suoi ‘ospiti’ oltre 5.000 persone fra croati, slavi, sloveni, montenegrini, albanesi e tripolini italiani».

A creare le maggiori preoccupazioni è, però, la presenza di «un numero rilevante di bambini» ai quali, scrive don Giuseppe Capone, manca la benché minima assistenza, «quell’assistenza di cui avrebbero avuto estremo bisogno. La mortalità nel campo, specialmente tra i piccoli, era grande. I fanciulli infatti erano privi di ogni cura e lasciati per tutta la giornata in balia di se stessi. La ristrettezza delle baracche induceva le mamme a spingerli fuori» [5].

Ed è proprio grazie all’impegno del vescovo di Alatri, mons. Edoardo Facchini, se gli internati delle Fraschette possono beneficiare, dal 18 luglio del 1943, dell’assistenza e delle attenzioni di una sparuta pattuglia di suore Giuseppine “capitanata” da madre Mercedes Agostini.

Appena passata la guerra, che anche alle Fraschette lascia le sue drammatiche testimonianze di morte e di dolore, «le baracche di cartone bruciato, ancora intrise di sangue dei Tripolini e dei Montenegrini, furono ricostruite», scrive, invece, il compianto Alberto Minnucci, «per internare profughi di tutte le razze. Vi furono distinti due campi: il famigerato ‘Campo 1’ per le ‘canaglie’ che non avrebbero potuto uscirne mai, e il ‘Campo 2’ per i tollerabili o recuperabili. Al centro sorse una cappella. Le due zone per il Padre Buono (mons. Facchini, ndanon furono che distinzione topografica: Egli si pose al centro dei figli prediletti per rivolgere agli uni e agli altri l’affetto e la parola di Dio, Padre di tutti».

«Dopo l’8 settembre 1943», scrive ancora Mario Costantini, «il campo non ebbe più sorveglianza esterna. Iniziarono saccheggi e distruzioni. I tedeschi operarono rastrellamenti in cerca dei giovani del campo. Il 22 febbraio 1944 venne impartito un primo ordine di partenza per gli internati rimasti al campo, ma i bombardamenti e la conseguente interruzione della linea ferroviaria verso Roma, indussero a rimandare il proposito. I tedeschi, in quell’occasione. arrestarono 7 soldati inglesi nascosti nel campo. Il 23 febbraio un bombardamento alleato procurò 7 morti e alcuni feriti. Gli internati vennero trasferiti ad Alatri ed ospitati presso l’Ente Conte Stampa. La sera del 25 febbraio dalla Piazza S. Maria Maggiore il primo gruppo di internati partì alla volta di Roma. La loro destinazione finale era il campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi, dove giunsero il 2 marzo 1944».

La storia delle Fraschette, però, non finì lì. Dopo il 1944 il campo ospitò prima prigionieri tedeschi, poi profughi italiani di Istria, Dalmazia ed Africa e quindi quelli in fuga dai regimi comunisti, specialmente ungheresi. Fra i quali  si ricorda la presenza dell’attaccante Lászió Kubala che occupa la 32ª posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dall’IFFHAS (la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio) nel 2004 e di Isidoro Marsan cestistaallenatore di pallacanestro e imprenditore. Negli anni ’60, invece, fu la volta degli italiani residenti nelle ex-colonie a seguito dei decreti di espulsione degli immigrati europei che vennero rimpatriati a ondate almeno per un decennio.

Tornando alla notizia riportata da Arrigo Petacco, ci si chiede: ma si trattava di un concentramento vero e proprio o di posti di confino? Se così fosse l’attenzione dovrebbe spostarsi su San Donato Val Comino e Picinisco che, appunto, tali furono. Qui, infatti, per lungo tempo trovarono ospitalità molti ebrei, quasi tutti appartenenti a nazioni in guerra contro Germania e Italia: tra loro, Margarete Bloch, l’amante di Franz Kafka. Una triste storia la sua. Costretta a lasciare la Germania per motivi razziali, dopo varie peregrinazioni riesce infine a riparare a Firenze. Scoperta, è obbligata a trasferirsi con foglio di via a San Donato Val Comino. Una permanenza nel corso della quale maturò l’idea di convertirsi al cristianesimo — dettagli per i quali rimando al mio libro Linea Gustav[6] — prima di affrontare l’ultimo viaggio verso Auschwitz.

© Costantino Jadecola, 2002

[1] Arrigo PETACCOL’archivio segreto di Mussolini. Mondadori. 1998, p. 28.

[2] Francesco TATARELLI La morte viene dall’alto. Casamari. 1978.

[3] AAVVEdoardo Facchini. Sacerdote, vescovo, patriota. A.P.C. Frosinone. 2005, p.61

[4] Costantino JADECOLAMal’aria. Centro di studi sorani “V. Patriarca”. Sora. 1999.

[5] Giuseppe CAPONELa provvida mano. Casamari. 1973.

[6] Costantino JADECOLALinea Gustav. Centro di studi sorani “V. Patriarca”. Sora. 1994.




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Un paesaggio senza memoria.

Il campo “Le Fraschette” di Alatri


un articolo di Angelica Stramazzi pubblicato in 

Anagnia Sito Web di notizie/media

 http://goo.gl/qL8vy7

24 luglio 2015  


Chi l’ha visto? Chi sa anche solo che esiste? C’è un lager nel cuore della Ciociaria, messo su ai tempi del fascismo, uno dei duecento funzionanti. La scoperta per la cronista che qui ne scrive, è avvenuta per caso. E si scuserà se l’emozione induce a tirare subito la morale: bisognerebbe portarci gli studenti delle scuole, e raccontarne la storia. Per capire a che cosa porti il totalitarismo, e come esso sia esasperato nei suoi frutti malati dalla guerra: la memoria tastata con le mani e con gli occhi è educazione alla libertà.

La storia comincia un sabato pomeriggio di primavera. Userò la prima persona singolare per ragioni biografiche ed esistenziali: non saprei trattare asetticamente il senso di stupore per l’ignoranza indotta dal possente potere dell’occultamento del male. Ne sono testimone diretta e protagonista involontaria. In trent’anni, avendo sempre vissuto a pochi chilometri da quel vasto orrore, non avevo mai letto né udito dell’esistenza di quella realtà concentrazionaria.
Quel sabato dunque sento quel nome: “Le Fraschette” di Alatri, il lager delle Fraschette. Un nome così gentile associato al filo spinato. Il luogo di questa rivelazione è il Museo Vivo della Memoria di Colle San Magno, un piccolo paese in provincia di Frosinone, poco distante da Pontecorvo.
La curatrice del museo parla di un campo di concentramento fatto costruire dal regime fascista con lo scopo di internare i dissidenti del regime, tutti coloro che contrastavano la figura di Benito Mussolini. Resto di stucco: Alatri si trova a pochi chilometri di distanza dal paese in cui vivo, Serrone; eppure, mai saputo.


Riesco ad incontrare Peter Zagar, figlio di Josef Cirillo Zagar, uno dei tanti prigionieri del campo, deceduto nel febbraio del 2010. Scambio qualche chiacchiera con lui nel piccolo bar di Piazza Maggiore ad Alatri, poco prima di dirigerci all’interno della biblioteca comunale. E’ un caldo pomeriggio di inizio estate e la prima cosa che mi colpisce di Peter sono i suoi grandi occhi chiari, testimoni di un passato difficile da dimenticare.
«Pochi anni dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale – mi spiega Peter – mio padre è stato messo su un treno che, dall’Alta Italia, ha impiegato tre giorni per arrivare al campo di Alatri. In questi tre giorni, il treno non si è mai fermato e tutti coloro che dovevano fare dei bisogni, dovevano farli nei vagoni. Queste persone sono state trattate come degli animali; anzi, peggio degli animali. Una volta arrivati alle Fraschette, mio padre e gli altri suoi compagni di viaggio hanno trovato un territorio completamente recintato; in ogni piccola cameretta, venivano sistemate dalle quattro persone in su. Era impossibile lasciare incustoditi i propri effetti personali perché non esisteva un sistema di controllo che impediva che gli oggetti di valore non venissero rubati.
Così, appena i prigionieri potevano allontanarsi un po’ dal campo, cercavano di sotterrarli facendo delle buche per terra con il tacco della scarpa. Mio padre mi raccontava che non ti potevi fidare di nessuno perché ogni persona era portata alla disperazione e tutto diventava una mera questione di sopravvivenza».
Bisogna vedere però. Arrivo alle Fraschette insieme a Peter, a Marilinda Figliozzi, per anni in forze all’Ufficio Cultura del Comune di Alatri e al giornalista Pietro Antonucci. La strada che porta al campo è un lungo sentiero di campagna ben sterrato, rettilineo, con poche curve che costeggiano verdi appezzamenti di terreno. Decidiamo di entrare attraversando un’entrata secondaria perché quella principale risulta chiusa, o perlomeno viene aperta solo in determinati giorni dai Vigili del Fuoco.

La prima cosa in cui ci imbattiamo è la chiesetta diroccata, usata dagli internati per sentir messa e per far sì che i bambini presenti alle Fraschette potessero ricevere la prima comunione.
L’aspetto religioso di questo campo di Alatri non è certo da sottovalutare: quello delle Fraschette, oltre ad essere l’unico dei duecento lager italiani fatti costruire dal fascismo ad essere rimasto parzialmente in piedi, è anche l’unico campo di concentramento in Italia ad aver avuto l’assistenza di un gruppo di suore, le “Giuseppine di Chambery” di Veroli, provincia di Frosinone. Un ruolo particolarmente importante è stato svolto in tal senso da madre Mercedes Agostini, il cui diario resta a tutt’oggi uno dei documenti più interessanti attraverso il quale poter ricostruire la quotidianità del campo. «Sua Eccellenza, il Vescovo di Alatri mons. Facchini – si legge in questo diario – uomo infaticabile e pieno del più ardente zelo apostolico, parlando con la nostra Superiora di Veroli del campo di concentramento a Le Fraschette di Alatri, mostrò tutto il suo dolore poiché vedeva ben 5.500 internati tra cui un numero rilevante di bambini senza quell’assistenza di cui avrebbero avuto estremo bisogno. La mortalità nel campo, specialmente tra i piccoli, era grande. I fanciulli infatti erano privi di ogni cura e lasciati per tutta la giornata in balia di se stessi. La ristrettezza delle baracche induceva le mamme a spingerli fuori».
Qui stavano in 5.500! Di quelle baracche di cui parla madre Mercedes oggi restano ruderi: qualche capannone semidiroccato che sta resistendo con grande fatica alle intemperie e alla neve che, spesso e volentieri, imbianca queste zone della Ciociaria in inverno. E’ possibile inoltre scorgere ciò che resta di quella che forse era una cucina ma forse no, poiché, come mi spiega Marilinda Figliozzi, l’esistenza o meno di una cucina all’interno del campo è parecchio discussa. Le Fraschette era dotato di una infermeria, di una biblioteca e, strano a dirsi, addirittura di una piscina! Propaganda o verità, quest’ultima? Di certo l’igiene era talmente problematica, come scriveranno gli stessi occupanti tedeschi, che doveva essere una specie di pozza delle malattie.

Tornando alla vita spirituale all’interno del campo, sempre madre Mercedes nei suoi scritti ricorda che le due figure di riferimento degli internati erano il vescovo Facchini e il cappellano padre Goffredo Anfussi. «Mons. Facchini – scrive la Agostini – considerò gli internati cuore del suo cuore. Dio solo sa il lavoro, le lotte che dovette sostenere per tutelare i diritti degli internati, per difenderli dai soprusi, per dar loro aiuti materiali e morali. Le sue visite al campo erano frequenti; spesso veniva a piedi, non badando al freddo, al caldo, alla pioggia. […] Il Padre cappellano del campo era Padre Goffredo. Il Padre, così era chiamato, fu tale non solo per i tripolini, ma per ogni altro membro del campo. I 5.500 internati furono tutti considerati come suoi parrocchiani amatissimi. I sussidi in denaro ottenuti personalmente a Roma e sollecitati con lo scritto raggiunsero qualche centinaio di migliaia di lire. Egli conosceva i bisogni di tutti e tutti adeguatamente soccorreva. Il Padre aveva adottato il principio di Don Bosco, quello cioè di non tenere mai in ozio. Solo così ebbe dei giovani esemplari in tutto, e di cui le famiglie erano orgogliose. Nella baracca-chiesa si svolgevano le funzioni, come in una parrocchia in efficienza».


Conservare la memoria, anche del male, è un dovere. Aiuta a capire, ad evitare il suo ripetersi, come un monito.
Non è facile del resto ricostruire il fenomeno dell’internamento italiano durante il secondo conflitto mondiale. Esistono opere di storici ad esso dedicate, ma non godono di alcuna risonanza fuori dal ristretto mondo degli accademici.  Per capirne di più, andrebbe divulgato il volume di Alessandra Kersevan Lager italiani.
Ma fermiamoci al campo delle Fraschette, per intanto.
Esso cominciò a funzionare nel luglio del 1942 quando venne realizzato un primo nucleo abitativo in cui poter ospitare all’incirca mille persone.
Per due anni, fino quindi al 1944, il campo è a tutti gli effetti un vero e proprio campo di concentramento. Il 7 gennaio 1944 – come ricordano Mario Costantini e Marilinda Figliozzi nel loro libro Le Fraschette di Alatri: da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi, ad oggi unico testo completo in grado di ricostruire le vicende del campo – il capitano e comandante di Alatri, Schumacher, scrisse al Direttore del campo durante il conflitto: «Il campo di concentramento nelle sue attuali condizioni non è sopportabile nell’interesse dell’esercito germanico per la difesa dell’Europa e del mantenimento della sicurezza e dell’ordine delle retrovie. L’approvvigionamento alimentare degli internati è in parte deficiente, sia per mancanza di organizzazione provinciale, sia per la effettiva mancanza di viveri. In seguito alla mancanza di cure mediche e allo scarso nutrimento, come pure alla deficienza di igiene, è prevedibile fin da ora che il campo diverrà fonte di epidemie e malattie, ciò che costituirebbe un grande pericolo oltre che per la popolazione, per le Forze Armate germaniche. In considerazione di ciò, Vi prego di sollecitare presso i Vostri superiori lo sgombero del campo».
Il campo è stato dunque utilizzato in vari modi nel corso dei decenni. Quello che tanti ad Alatri – ma non solo – ricordano è un utilizzo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, ossia il centro raccolta profughi che ospitò centinaia di persone che chiedevano all’Italia una sistemazione abitativa e un lavoro, per ricominciare una nuova vita. Tuttavia, il fatto che si parlasse delle Fraschette come di un centro raccolta profughi e rifugiati ha fatto sì che in qualche modo si occultasse la primaria vocazione del campo stesso, quello cioè di essere un campo di concentramento fatto erigere dal regime fascista di Benito Mussolini. Questo ha comportato, di conseguenza, un disinteressamento delle istituzioni, soprattutto nazionali, ad investire su questa realtà affinché potesse emergere nel corso di questi anni un pezzo di memoria condivisa, ad uso soprattutto delle giovani generazioni.
Non è un caso che solo negli anni Novanta si ricomincia a scoprire la vera storia del campo, cioè la storia – come ricordato nella prefazione del libro di Costantini e Figliozzi – «di un villaggio baraccato nato per ospitare prigionieri di guerra e che finì poi per diventare un campo di concentramento nel corso della seconda guerra mondiale». In tal senso, si comprendono i ripetuti appelli degli storici locali e di tutti coloro interessati a tutelare ciò che resta del campo alle autorità politiche, in primis quelle regionali, affinché ciò che resta delle Fraschette non venga del tutto distrutto dalle intemperie e dall’incuria umana.
Mentre mi aggiro per il campo, tra rovi e sterpaglie noto qualche innocente capretta che bruca un po’ d’erba; qua e là, su ciò che resta dei muri che un tempo delimitavano le camerette degli internati, emergono le scritte di qualche vandalo o di chi non si rende conto – si spera – di violare con la sua volgarità un luogo reso sacro dalla sofferenza. Tutto intorno, resti di gomme di automobili, pezzi di vetro, bottiglie vuote ed altra immondizia.
Mi ripete Peter che «noi possiamo far diventare questo campo ciò che vogliamo, un parco, un museo: è solo una questione di volontà. Campi di concentramento come Auschwitz, Mauthausen, Bergen-Belsen, Treblinka sono conosciuti in tutto il mondo e le persone che ci vivono intorno non hanno aspettato che qualcuno agisse al posto loro; si sono dati da fare. Proprio quello che dobbiamo fare noi: serve un immediato coinvolgimento della Regione Lazio o del ministero dei Beni culturali o della Difesa perché il campo sta cadendo a pezzi offendendo chi ci ha patito».
Stiamo perdendo tutto, non perdiamo la memoria e ciò che può sostenerla.

Angelica Stramazzi

Bibliografia di riferimento:
Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, ed. Nutrimenti, 2008.
Mario Costantini-Marilinda Figliozzi, Le Fraschette di Alatri: da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi.

  

martedì 14 gennaio 2014

"le Fraschette" campo di internamento 

per "stranieri indesiderabili" e rifugiati


Il  Campo Fraschette dopo la guerra  ricostruito , con lunghe baracche in muratura e delimitato da una muraglia con torrette perimetrali e torri centrali di guardia. Era dotato di uno spaccio, dell’infermeria, di una biblioteca, dell’ufficio postale, della chiesa e perfino di una piscina.

Le testimonianze di internati trasferiti da altri campi e i ricordi di alcuni poliziotti in servizio affermano che era pulito, ordinato, ben curato dal personale di guardia e da alcuni internati che collaboravano nella pulizia, nella manutenzione e nella cura del verde. Tutto ciò traspare anche dall’unico e breve filmato della “Settimana Incom” del 17 marzo 1949 intitolato “Alatri il Campo dei profughi delle Fraschette”. 


Ma al suo interno doveva essere rispettata una rigida disciplina, su cui vigilavano i poliziotti  armati sempre di guardia.
Nelle Istruzioni di Polizia Militare in data 16 settembre 1947, (Busta 88, Fasc. 69), è riportato che nessuno estraneo poteva accedere al Campo se non con speciale autorizzazione, gli internati non dovevano aver contatti con borghesi se non per giustificati motivi, il corpo di guardia doveva essere sempre saldamente presidiato. Nella notte gli internati dovevano essere rinchiusi nelle camerate, se trovati fuori camerata e il loro aspetto mostrava intenti aggressivi si poteva far fuoco.
Un rapporto del 15.8.1947 inviato dall’Ispettorato Guardia di Pubblica Sicurezza del Min.Interno all’Ispettorato Generale del Corpo GG.P.S., riferisce che a Fraschette vi erano 127 agenti, tutti armati di moschetto mod. 1891 e con in dotazione anche 10 mitra Beretta e 2 mitragliatrici. Non tutti gli uomini avevano in dotazione la pistola, e anche le munizioni erano scarse.

In tale contesto si registravano, però, forti tensioni tra la popolazione e i poliziotti, come riportato nel rapporto del 19.8.1947 a firma del tenente di P.S. Welko Carbonetti che descrive gli incidenti tra agenti in libera uscita e alcuni cittadini di Alatri (compresi il sindaco e il vicesindaco).  
Nonostante ciò molti agenti si sono integrati, hanno fatto amicizia,  si sono sposati, e si sono stabiliti in Alatri.

Sugli internati, invece, i ricordi degli abitanti di Alatri sono molto vaghi e incerti, vi è memoria solo degli “apolidi” che a piedi raggiungevano Alatri avvolti dai loro lunghi pastrani neri. Ma il campo, ad esempio nel novembre del 1947, ospitava 13 greci, 8 francesi, 2 finlandesi, 3 egiziani, 3 di Danzica, 1 danese, 1 colombiano, 1 cinese, 35 cecoslovacchi, 3 brasiliani, 4 bulgari, 1 boliviano, 3 belgi, 54 austriaci, 7 americani, 15 altoatesini, 20 albanesi, 1 abissino, 1 honduregno, 3 inglesi, 3 iraniani, 3 libici, 3 lituani, 2 norvegesi, 4 olandesi, 2 ebrei, 80 polacchi, 1 portoghese, 27 romeni, 2 siriani, 40 sovietici, 19 spagnoli, 1 svedese, 17 svizzeri, 10 turchi, 50 ungheresi, 150 iugoslavi (serbi, croati e giuliani). I tedeschi erano infine 698.
Alla fine degli anni quaranta al Campo c’era un viavai di delegazioni straniere, Fraschette era al centro dell’attenzione e di esso si parlava sui giornali, in Parlamento e nel Consiglio Comunale.Anche Don Capone ricorda la dura disciplina mantenuta giorno e notte da militari armati che vigilavano per evitare fughe, per questo il Campo era protetto da reticolati di filo spinato e diviso a metà da un lungo muro che separava il “Campo1”, destinato ai più pericolosi, che non potevano uscirne mai, dal “Campo 2” destinato a internati a cui  era  consentito anche di uscire e raggiungere il centro abitato.



Nella primavera del 1950 la diplomazia italiana era stata chiamata ad affrontare il problema degli internati tedeschi rimasti nei campi di Fraschette e di Farfa Sabina. La stampa tedesca aveva pubblicato numerosi articoli in cui i due campi erano descritti come veri e propri lager in cui venivano gettati cittadini germanici incolpevoli, sottoposti senza ragione a violenze e privazioni materiali. Tali notizie avevano prodotto un certo turbamento nell’opinione pubblica.
In mancanza di una regolare rappresentanza diplomatica a Roma, il governo tedesco avviava i primi passi presso le autorità italiane attraverso una propria persona di fiducia in Italia. La scelta tedesca cadde sul conte Giovanni von Planitz, che nel maggio 1950 fu accreditato presso il Ministero dell’Interno e della Difesa della Repubblica italiana come “Incaricato speciale del Governo tedesco federale”, con l’incarico di responsabile della cura degli interessi degli internati tedeschi in Italia. Avvocato di origini tedesche, ma ufficiale in congedo dell’esercito italiano, il conte Von Planitz aveva iniziato ad operare fin dall’inizio dell’anno per il rimpatrio dei cittadini germanici internati a Fraschette.

Nello stesso periodo (inizio degli anni 50) quando l’I.R.O. (International Refugee Organisation) stava chiudendo i propri campi cominciarono ad arrivare i polacchi, cecoslovacchi e ungheresi di origine tedesca espulsi dai rispettivi paesi, nonché un nuovo flusso di oppositori dei regimi comunisti. Nei campi d'internamento sotto l'amministrazione italiana passarono moltissimi ustascia e militari austro-germanici, che nel tempo godettero dell'assistenza di monsignor Hudal e di padre Draganovic.
 
 Il direttore del Comitato austriaco della Pontificia Commissione Assistenza, Mons. Halois Hudal prestò particolare attenzione al problema degli internati austriaci e tedeschi raccolti nei campi di Alatri e di Farfa Sabina. Nell’agosto 1947, scrisse al Ministro dell’Interno Mario Scelba per condannare le condizioni in cui si trovavano gli internati e, pur dichiarandosi convinto che le autorità italiane avessero fatto il possibile, suggeriva però di trasferire i prigionieri tubercolosi, di separare i ragazzi di 15-16 anni dagli uomini, di soccorrere quelli provenienti dai Sudeti, abbandonati da tutti, e anche di integrare  il cibo. 
 Nell’ottobre successivo si rivolse ai propri superiori in Vaticano per perorare il rimpatrio dei prigionieri dai due campi. Nel marzo 1949 Hudal aiutò con denaro l’SS-Sturmbannführer Borante Domizlaff, processato e assolto nel luglio 1948 nel processo Kappler, e internato poi a Fraschette (“Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli  relativi a crimini nazifascisti”  istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107)
Quando il Pontefice autorizzò la formazione della Pontificia Commissione Assistenza per i profughi, gli fu affidata la direzione del comitato per gli austriaci, attivo sino al 1950. Poiché questi ultimi erano poco numerosi, continuò a occuparsi anche dei tedeschi imprigionati nei campi di Fraschette e di Farfa. In proposito premette sull'American National Catholic Welfare Conference e sulla Segreteria di stato vaticana per ottenerne la liberazione. L'episcopato tedesco e la stampa italiana lo accusarono  apertamente di adoperarsi per liberare criminali di guerra come Kappler e Reder, da lui ripetutamente visitati.
Padre Stjepan Draganovic si interessò di far partire i propri compatrioti croati, invocando il loro integerrimo anticomunismo. Ancora nel 1951 trattava con le autorità di polizia per far imbarcare a Genova 150 croati, che voleva mandare in Bolivia.
Nel libro “Edoardo Facchini”, Don Giuseppe Capone, che a quel tempo sostituiva il cappellano militare, lo ricorda perfettamente”: “…Un sacerdote croato che si diceva essere perseguitato da Tito, contro il quale aveva scritto un ben documentato libro “Tito senza maschera”, una sera si era presentato in Seminario per passarvi la notte: era atteso – mi diceva – al Campo Fraschette alle ore antelucane del giorno successivo. Mi pregò di tenere segreta quella venuta, perché poi mi avrebbe spiegato. (…) Era il padre Krusnoslav Stjepan Draganovic., mons. Facchini lo aveva conosciuto quando si prodigava per i Croati del precedente campo e disse che forse veniva ancora per i suoi compatrioti, ma questa volta per visite di tutt’altro tipo. (…) Quella mattina rinunciai a capire ,(…) oggi però viene fuori che a fare la spola da Genova a Roma , tra un ufficio aperto in Albano tra la delegazione argentina e gli uffici romani della Croce Rossa per procurare documenti falsi c’era il P. Draganovic sulla cui attività a favore dei criminali di guerra il Secolo XXIX ha pubblicato il testo del rapporto del Foreign Office nel quale si dice che il prete, definito la mente che sta dentro l’organizzazione ustascia in Italia, interveniva ripetutamente e vigorosamente al quartier generale della Croce rossa Internazionale di Roma nel tentativo di influenzare la graduatoria dei profughi croati.(…). E sembra che al Dott. Draganovic siano stati accordati strumenti di natura officiosa che gli consentivano di recarsi di persona ai campi per consultare i vari leader ustascia” ( Adista n° 65 , 20 settembre 2003).(…)Padre Draganovic, venne anche una seconda  e terza volta, con lo stesso rituale e la stessa segretezza.”

Negli anni 1953-1955 diminuì notevolmente il numero di internati tedeschi mentre non risultano presenti internati austriaci, ma aumentò la presenza di “profughi d’oltre Cortina”. Nel 1956 infine gli Iugoslavi erano ben 464 su 615









Ordine del giorno n. 1
L’ordine e la disciplina, fondamento di ogni benessere nella vita di associazione, deve essere ottenuta e mantenuta nel Campo con ogni mezzo, non escluso, ove occorre l’uso delle armi.
Gli internati, in particolare, dovranno attenersi alle seguenti disposizioni:
Art. 1°) Assoluta e pronta obbedienza a tutti gli ordini degli elementi della Forza Pubblica (Polizia e Carabinieri) addetti al Campo, in qualsiasi forma ed in qualsiasi tempo venissero dati.
Gli ordini non si discutono: si eseguono e, ove si ritengono ingiusti, potrà essere presentato reclamo al Direttore del Campo.
Art. 2°) Devono tenere contegno corretto e rispettoso verso il Capo Campo ed i Capi Stanza (rappresentanti di gruppo) che godono di poteri disciplinari sui propri amministrati e devono loro obbedienza per quanto concerne le funzioni relative alla carica alla quale sono stati eletti.
Art. 3°) Non devono detenere o portare armi ed altri strumenti atti ad offendere, senza speciale permesso del Direttore.
Art. 4°) Non devono avvicinarsi a meno di 3 (tre) metri dal reticolato interno che segue la linea del muro di recinzione (Le sentinelle daranno in tal caso “l’Alto là” e potranno sparare un colpo in aria seguito da scarica sulla persona, ove l’internato o gli internati non obbedissero prontamente.
Art. 5°) Non devono uscire dal recinto sullo stradale centrale per nessun motivo se non accompagnati da un agente di P.S. (Gli internati addetti ai vari servizi interni ed esterni potranno passare dal varco autorizzato e saranno provvisti di speciale permesso e di una fascia bianca al braccio sinistro per segno di riconoscimento
Le sentinelle potranno far fuoco su quanti non si attenessero a questa prescrizione.
Art. 6°) Dopo la ritirata nessuno internato potrà circolare nel Campo se non accompagnato da un agente di P.S.
Su coloro che saranno sorpresi durante le ore notturne (dalla ritirata alla sveglia) fuori del recinto di filo spinato, le sentinelle faranno immediatamente e direttamente fuoco senza alcun preavviso.
Art. 7°) Gli internati non possono vendere, barattare e pignorare effetti di vestiario ed altro fornito dall’Amministrazione.
Art. 8°) Non possono effettuare spostamenti da un gruppo ad un altro o apportare variazioni a quanto stabilito dalla Direzione, senza permesso del Capo Gruppo.
Art. 9°) Non devono imbrattare o altrimenti deteriorare i muri, i mobili, il vestiario, gli effetti letterecci e ogni oggetto fornito dall’amministrazione.
Art. 10°) Non devono schiamazzare o provocare altri rumori fastidiosi durante le ore di riposo (dopo il silenzio)
Art. 11°) Non possono spedire ricevere corrispondenza o pacchi se non per tramite dell’Ufficio postale del Campo.
Art. 12°) Non possono detenere denaro oltre la specie e il quantitativo che sarà stabilito dalla Direzione del Campo.
Art. 13°) Non devono ubriacarsi.
Art. 14°) Non devono giocare d’azzardo.
Art. 15°) Devono osservare l’orario ed eseguire i segnali che verranno dati con la tromba.
Art. 16°) Devono il saluto al Direttore e al Comandante del Campo, al Rev. Cappellano.
Art. 17°) L’inosservanza ad una delle prescrizioni sopraindicate comporta, a seconda della gravità dell’azione od omissione commessa, e dei precedenti dell’internato, una o più tra le seguenti punizioni disciplinari:
1) Richiamo
2) Consegna in camerata (semplice)
3) Consegna con obbligo del lavoro non retribuito (rigore)
4) Prigione semplice (cella)
5) Prigione di rigore (cella con isolamento a pane e acqua)
Art. 18°) Eventuali episodi di rissa fra internati saranno repressi con la forza: i rissanti subiranno un processo disciplinare e saranno puniti.
Art. 19°) Coloro che commettessero azioni contemplate come reati dal Codice Penale o dalle altre leggi penali dello Stato saranno tradotti alle carceri e denunziati ai tribunali della Repubblica.
Art. 20°) Qualsiasi tentativo di evasione comporta pericolo di vita avendo le sentinelle ricevuto ordine di far fuoco su quanti tentassero isolatamente o in gruppo di allontanarsi dal Campo.
Coloro che dopo l’evasione saranno catturati non saranno più ammessi alla vita associativa del Campo e rimarranno fino alla data di liberazione chiusi in camerone di sicurezza.
Fraschette di Alatri li 15 settembre 1947
IL DIRETTORE DEL CAMPO
(Dott. Girolamo Lacquaniti)
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati, Categoria Massime I/4, Istruzioni di polizia militare, Busta 88, Fascicolo 69



dal libro "le Fraschette di Alatri da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi" di Costantini e Figliozzi

Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo 


Laszlo Kubala e quella partita al campo Sanità di Alatri

 Kubala è il nome di un talentuoso giocatore ungherese che negli anni '50 fece le fortune del Barcellona; “Kubala” è anche il titolo di un film-documentario che Tibor Kocsis, regista magiaro, sta realizzando sulla vita dell'atleta, passando per storie, incontri, documenti, fotografie. Una ricerca che ha condotto la troupe ungherese fino al Campo Le Fraschette ad  Alatri.
Sì, perché Laszlo Kubala    giocò nel 1949, sul mitico campo della Sanità, una partita passata agli annali.
Ma chi era Kubala? Nato a Budapest nel '27, a poco più di 20 anni lasciò l'Ungheria, fuggendo dal regime comunista. Vestì la maglia di tre nazionali (Cecoslovacchia, Ungheria e Spagna) e, da talentuoso giocatore qual era, per dieci anni (dal '51 al '61) fece le fortune del Barcellona: con la maglia azul-grana vinse 4 campionati spagnoli, 5 Coppe di Spagna e 2 Coppe delle Fiere (l'antenata dell'attuale Uefa League).
La sua presenza ad Alatri si deve all'ingegno e alle capacità di Flavio Fiorletta, che riuscì ad organizzare un'amichevole tra la squadra locale ed una serie di campioni d'oltre cortina ma a quel tempo in Italia come esuli e profughi, alcuni al campo profughi Le Fraschette di Alatri.
Tibor Kocsis ed il suo aiutante Andras Horvath, con la collaborazione dell'operatore Francesco, hanno così ricostruito la gara, intervistando quei ragazzi del '49 e raccogliendo aneddoti e particolari inediti, il tutto grazie anche al lavoro svolto dietro le quinte dal giornalista Rolando Mignini e da Marilinda Figliozzi.
Tanti gli episodi emersi nel corso delle interviste e che hanno visto protagonisti Raniero Rossi, Valerio Del Greco, Guido Pietrobono “Pandora”, Tommaso Minnucci, Remo Fiorletta, Peppe Evangelisti, Vincenzo Papitto, Pasqualino il barbiere e Sistino “Ciccio” Macciocca. Qualche esempio? “Kubala era un giocatore molto elegante, sempre disponibile ed educato. Un signore”, “Non voleva che si sapesse la sua vera identità, poiché non aveva documenti con sé”. Tibor Kocsis si è detto soddisfatto e sorpreso dalla quantità e dalla qualità del materiale raccolto: “Alatri è stata una vera scoperta, in ogni senso. Abbiamo trovato un paese bellissimo e delle persone molto disponibili, che ci hanno aiutato tantissimo. Abbiamo raccolto molte storie per il film, molto più di quanto ci aspettavamo”. Il documentario su Kubala dovrebbe veder la luce entro il 2015.
Ma, a proposito, come finì quello storico incontro di calcio?  Vinsero “loro” per 2-0, ma solo perché decisero di non giocare...”. E nella foto sottostante, lo scatto di questa storica partita: Laszlo Kubala è al centro della scena con la maglia a righe verticali 
 Articolo Di Pietro Antonucci 
I giocatori della squadra locale  hanno una striscia orizzontale bianca sulla maglietta.
Da sinistra Remo Fiorletta,l’ungherese Toth “prestato” all’Alatri, Remo Rossi, Sordi, Antonio Vona, Rocco di Giulio,
in Basso: Edmondo Vona, Incitti, Sardini, Bartolotti
Alcune immagini delle riprese per il Film 
sulla vita di Kubala