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mercoledì 6 aprile 2016

Storie 
di profughi, 
di richiedenti asilo.... 
1946- 1960



“L’Avanti! “ 31 agosto 54
Troppe code davanti agli sportelli
 Arrestato al Banco Ambrosiano un borseggiatore giù di esercizio
E’ un professionista di “colpi” conosciuto dalle questure di  mezza Italia

Paul Levit dì Misu ventottenne, altrimenti noto come Rudolf  Braundestehi, borseggiatore professionista, è stato arrestato per l'ennesima volta ieri mattina in via XX Settembre. Il Levit, apolide, nativo di Bacan (Romania), ha quel che si dice un passato: sempre per borseggi vari è stato arrestato dal Commissariato Moncenisio, dal Commissariato Castello per aver dato falso nome e ancora dalla Questura dì Torino poi da quella di Savona nel 1951 per furto e associazione a delinquere; infine da quella di Padova per borseggio e da quella di Milano per maldestro tentativo nella stessa. Ieri mattina il Levit ha fatto fiasco un'altra volta e una altra volta è tornato al fresco. La vittima, che l'ha scampata per poco, è Placido Piana di 52 anni, nativo di Refrancore e abitante in via Monte Alberghiero 2. Il borseggiatore, che alloggia al campo profughi di Fraschette d'Alatri in provincia dì Frosinone, era venuto a Torino per portare a termine un colpetto e ripartirne in tutta fretta. Si recò a una banca che_forse era già stata teatro di altri suoi colpi rimasti ignorati e ha cominciato col fare la coda davanti agli sportèlli in attesa dell'occasione propizia. Forse un poco giù d'esercizio non sì decideva a scegliere la vittima: probabilmente un (presentimento che lo tratteneva e più volte si mise In coda cambiando sportello tanto da destare i sospetti di un agente di servizio che prese a tenerlo d’occhio

. Improvvisamente l'agente vide il Levit che con troppa fretta cercava di allontanarsi  alla chetichella. Allora lo fermò, ma il Levit tentò di fuggire. La cosa non gli riuscì e prima che giungesse la camionetta della celere chiamata nel frattempo era riacciuffato. Al Commissariato Monviso è stato trovato in possesso di una considerevole somma, di cui non sapeva spiegare la provenienza. Poco dopo si riusciva ad accertare che il derubato era il signor Piana, che è stato così fortunato da ritornare in possesso del denaro rubatogli quando ancora non si era accorto d'essere stato vittima dì un furto.  

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Nicola Zivis 



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“ L’Avanti ! ”  2 novembre 1952
Strano viaggio di nozze  in un vagone piombato
Così,senza cibo e senza acqua per sette giorni, due fuggiaschi dalla Jugoslavia sono giunti in Italia
CERVIGNANO, 1. — Un singolare  viaggio di nozze, chiusi  per sette giorni senza viveri In un vagone piombato, hanno fatto due giovani fiumani:  tali Janis Dragic, di 23 anni, e Valentin Sparavec, di 24, i quali avevano pensato di­ far coincidere tale viaggio con una fuga  dalla Jugoslavia.  
Per farla franca alla milizia  confinaria titina, i due sposini, la sera del 23 scorso, dopo u n a minuziosa preparazione, riuscirono a nascondersi in un vagone merci  carico di legname e diretto in Italia, a una società di Torviscosa.  Il vagone venne regolarmente chiuso e piombato dai doganieri, che  non si accorsero di nulla. E la coppia iniziò il suo straordinario viaggio, che riteneva non dovesse durare più di un paio di giorni: per la quale ragione non aveva pensato a munirsi di molto cibo. Invece, per una lunga digressione sofferta dal vagone, i poveretti hanno dovuto rimanere rinchiusi nel  carro per circa una settimana, senza viveri e senza acqua. Il loro travagliato viaggio è finito soltanto ieri alla stazione di Cervignano.Quando due guardie di finanza hanno spiombato il vagone, hanno avuto la sorpresa di trovare, accasciati sul legname, sfiniti ed affamati, i due sposini. Rifocillati e curati, hanno narrato la loro disavventura. Saranno inoltrati, dopo qualche giorno di permanenza a Cervignano, al campo profughi delle « Fraschette ». 

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Eligio Bernazza

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Si procede con lentezza a Fraschette di Alatri


A Fraschette di Alatri esiste un campo di raccolta per i profughi stranieri e naturalmente molti giuliani
 (quelli venuti via dalle loro terre senza il placet di Tito e nei modi più avventurosi--con barche o
 attraverso il filo spinato rischiando più di tutti e perdendo più di tutti) .
È logico che la polizia italiana tenga sotto sorveglianza polacchi, russi e via di seguito; e logico pure che
 controlli quei giuliani e dalmati che arrivano in questa parte dell'Italia senza avere le carte in regola.
Ma tra la raccolta e di concentramento passa una bella differenza. Anche se quel campo e detto di
 raccolta in sostanza non lo è. Nessuno può avvicinare i ricoverati neppure la stampa; mentre per gli
 stranieri quelli veri si arriva a ben incomprensibili agevolazioni.
Controllare va bene tenere sotto sorveglianza pure ottimo; ma perché a questi disgraziati non è data la
 facoltà di mettersi in contatto con quanti riconoscono e solo in Italia; perché la polizia non chiede
 informazioni ai comitati giuliani; perché il disbrigo delle pratiche procede tanto lentamente?.eppure molti
di questi hanno optato regolarmente per l'Italia.
 Sono cittadini italiani di fatto e di diritto.
Molti sono fuggiti dalla Jugoslavia perché le loro domande d'opzione sono state respinte da quelle
autorità che da loro non rimaneva altra via che la illegalità per poter godere della libertà e vivere nella
loro patria; molti hanno regolarmente optato in Italia; altri hanno optato in Jugoslavia ma non sono in
 grado di dimostrare il fatto con documenti. Perché la polizia non lavora? .Ci sono tante lire per
 conoscere la verità. Due di questi: Cosich Giovanni e Dugina Elio (già marinaio sulla Vittorio Veneto)
sono stati mandati in missione in Jugoslavia dagli americani ancora durante la guerra e quali partigiani;
 da quel paradiso sono potuti fuggire e il nero non hanno trovato qui molta differenza. Altri come Murgich
 Giuseppe ad esempio sono stati valorosi combattenti in grigio verde. Nella maggioranza si tratta di
italiani della provincia di Gorizia molti poi sono di fiume delle isole della Dalmazia.
Se questo trattamento dipende dalla direzione del campo sarà bene che il governo intervenga; se
esistono superiori disposizioni sarà opportuno allora che siano compiuti passi direttamente in alto.
 È ingiusto che nostri fratelli - ripetiamo che la polizia ha ragione di andare cauta - abbiano un simile
 trattamento. E se sarà necessario ritorneremo più diffusamente sull'argomento

dall'Arena di Pola del 30 marzo 1949



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Le peripezie di un profugo istriano

Ho letto con interesse le vicende di Antonio Rebaudengo che, negli
anni dell'ultima guerra mondiale, fu arrestato e internato in campi di
detenzione con altri 700 italocanadesi. Vorrei anch'io raccontare la mia
storia, amara e in parte simile alla sua. Sono nato a Rovigno, un paese
dell'Istria, e sono rimasto cittadino italiano fino al 1945, divenendo forzatamente
"jugoslavo" dopo il passaggio dell'lstria alla Jugoslavia.
«Fui, però, subito dichiarato nemico del popolo perché non accettai l'ideologia
comunista. Era come una condanna a morte e quindi, il 22
febbraio 1949, scappai con altri tre compagni da Rovigno con una barca
di quattro metri. Avevo 23 anni, e quindi il coraggio d'intraprendere
quel rischio. Ci raccolse, in mezzo all'Adriatico, un motopeschereccio
italiano, e una volta sbarcati raggiungemmo il campo profughi di Udine.
La nostra triste disavventura incominciò proprio da quel campo. Ci
fermarono degli agenti e, nonostante la presentazione del nostro caso e
la domanda di spiegare al direttore del campo-profughi la nostra situazione,
ci arrestarono come dei criminali. Scrissi subito a mio fratello,
padre Emilio Zivis, francescano conventuale residente allora a Padova,
il quale, giunto subito a Udine non ebbe il permesso di vedermi. Dopo
nove giorni, ci trasferirono a Venezia, ammanettati e in carri bestiame,
e ancora una volta non permisero a mio fratello frate d'incontrarmi. Seguirono
45 giorni di trasferimenti da una prigione all'altra: da Venezia
a Bologna, Firenze, Roma, fino ad Alatri, dove finalmente potei fare
una doccia! Dalla Jugoslavia mi arrivò la notizia che avevano arrestato
mia madre, due sorelle e un fratello per rappresaglia, e che erano stati
condannati a tre mesi di lavori forzati. Questo era il comunismo! «Trascorsi
sette anni e sette mesi di prigione, conosciuto come "numero
3688", sbattuto da un campo profughi all'altro, senza il riconoscimento
della mia particolare situazione nonostante le mie richieste e gli scioperi
della fame per il pessimo trattamento. Quando uscii di prigione,
con la qualifica di "apolide" pesavo 45 chili. Negli ultimi due anni, mi
permisero di visitare mia madre, che nel frattempo era stata trasferita
nel campo profughi italiano di Latina. Ma anche in quell'occasione, dovevo
sempre presentarmi all'Ufficio Stranieri. Si era interessato del
mio caso anche il Generale dell'Ordine dei Francescani Conventuali,
che presentò la mia domanda di riacquisto della cittadinanza italiana;
ma quel prezioso documento che mi avrebbe salvato da tante umiliazioni,
arrivò otto anni dopo, quando non ne avevo più la necessità.
Uscito, infatti, dalla prigione, emigrai negli Stati Uniti dove, trascorsi
cinque anni di residenza, il giudice, dopo che avevo giurato d'osservare
le leggi del Paese, mi diede la mano dicendomi: «Sei cittadino
americano!». Un gesto e un riconoscimento che contrastano con la perdita
di libertà e l'internamento in un campo di detenzione subiti, negli
anni dell'ultima guerra, dall'italocanadese Antonio Rebaudengo, e dalle
amare incomprensioni e crudeli trattamenti che io ho sofferto in Italia
in anni di pace».
NICOLA Zivis

Dall’Arena di Pola  del 30 novembre 2006

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“Le Fraschette” 18 agosto 1948

Dimenticati in questo posto, ti mandiamo i saluti dal profondo del cuore, anche a tutti quelli che non mancano di attenzioni verso di noi.
Vi bacio con affetto

Hysni Sharra




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 Isidoro Marsan, profugo borgherizzano italiano e 

    campione di pallacanestro in casa e a Cantù


Si ringrazia per la foto Massimiliano Fabbri
Isidoro Marsan è alto e magro. Proprio come veniva indicato cinquant’anni fa, quando giocò a pallacanestro, ad alti livelli, in quella Zara postbellica che era stata la culla del basket in Jugosla­via e poi a Cantù, luogo sacro per i cestisti italiani e che tale è diventa­to proprio con l’avvento di Marsan. Lo conferma anche il sito ufficiale della “Pallacanestro Cantù” in cui si legge: “..con la riconquista del­la serie A nel ‘56, (con Marsan in panchina n.d.r.) si apre un capitolo nuovo per la storia del basket can­turino: in società entra la famiglia Casella ...allenatore resta lo zaratino Marsan”
“Alto e magro”, nel caso di Marsan, erano aggettivi che di­ventavano metafora di uno che sotto canestro ci sapeva fare; era­no complimenti, complimenti che valgono anche oggi per un signo­re di 83 anni, elegante e distinto, che non ha voluto mancare al re­cente Raduno dei Dalmati a Bel­laria (Rimini). Ce lo ha indicato Walter Matulich, uno che pur vi­vendo tra le nebbie lombarde porta la Dalmazia ben stretta nel cuore. “Nel secondo dopoguerra”, ci ha raccontato Matulich, “Marsan si distinse come operatore sportivo - “ante litteram”. Atleta poliedri­co, diede lustro, soprattutto, alla pallacanestro zaratina, nei ruoli sia di giocatore sia di giocatore-alle­natore. Vi gettò le basi del basket moderno, allevò con cura amore­vole, quasi paterna, una generazio­ne ispirata di ragazzotti, destinati a far conoscere all’universo mondo il nome della città dalmata. Uno su tutti: Pino Gjergja, suo allievo pre­diletto. Fa tenerezza, oggi, vederli passeggiare insieme, in Calle Lar­ga, a Zara, allievo e maestro, tessitori e testimoni di amicizia e soli­darietà: incanto di passioni che di­vidono le angosce a metà”.

La convinzione che Isidoro Marsan sia certamente un perso­naggio da presentare ai nostri letto­ri, si è rafforzata quando Matulich ci ha raccontato altri dettagli: “Nel 1953, in tournée” a Vienna con la squadra, Marsan decise di non rien­trare a Zara. Scelta alla quale lo in­dussero le “attenzioni” e le piace­volezze che il regime si piccava di ammannirgli. Agguantò allora l’Ita­lia e vi dimorò per cinque anni. Ec­celse, altra volta, nella duplice ve­ste di giocatore ed allenatore. Vis­se ramingo e solitario, fra Pavia, Cantù e Bologna per sbarcare, infi - ne, in Australia, ove tuttora risiede. Uomo modesto, schivo, integerri­mo, mai dimenticò o nascose quel che è stato ed è: - Borgherizzano ed Italiano”.

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Il 1953 è l’anno in cui si com­pleta l’esodo degli italiani dal­l’Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia. Se ne va anche lei, ma in circostanze diverse.
Nell’agosto del 1953 gli ameri­cani organizzarono a Vienna un tor­neo di 4-5 squadre al quale, accanto ad altre compagini austriache, par­tecipavamo anche noi di Zara. Ad un certo punto, all’improvviso, mio fratello Benito e Antonio Gjergja mi comunicarono che non aveva­no intenzione di tornare. Io, anche se non ero contrario all’idea, rimasi senza parole. Poi proposi di riman­dare il tutto al prossimo torneo al quale eravamo già stati invitati e che si doveva svolgere di lì a poco in Svizzera. Nel frattempo avrem­mo potuto parlarne con nostra ma­dre e avere tutti un minimo di ga­ranzia fi nanziaria, anche perché  mia madre, dopo la prigionia cau­sa l’anticomunismo, dipendeva dal mio stipendio. Loro non ne vollero sapere. In un bar incontrammo un tale di Bolzano che ci consigliò di rivolgerci ad un croato che a Vien­na si occupava dei casi dei profu­ghi. Vienna all’epoca era suddivisa in zone di controllo, ma di fatto era circondata dai russi. Con un’auto­mobile ci accompagnarono in una villa fuori città, una specie di cen­tro di raccolta profughi americano. Intanto la squadra non era rientrata a Zara, decisero invece di cercarci e si fermarono altri tre giorni. Il no­stro caso era diventato notizia. In quella villa, non so bene per qua­li canali, era venuto a cercarci per conto degli jugoslavi un tale Hor­vat che riuscì addirittura a parlare con me, ma io feci fi nta di essere spagnolo. Si teneva comunque ab­bastanza distante, perché gli ame­ricani gli dissero che avevo una malattia infettiva. In quella villa ri­manemmo una quindicina di gior­ni. Però la notte ci facevano dor­mire sempre in luoghi diversi, finché un giorno, con un piccolo ae­reo decollato proprio dalle rive del Danubio, ci trasferirono a Linz. Da Linz giungemmo nella piccola lo­calità di Asten dove c’era un cam­po per profughi dalla Jugoslavia. Lì mi sono trovato male, avevo paura perché c’erano tanti slavi e comun­que non mi fi davo. Così sono anda­to via, prima a Salisburgo, poi a In­nsbruck, dove ho acquistato un bi­glietto per Bolzano.
 Così raggiunse l’Italia.
Non fu così semplice. Eravamo senza documenti. Ci fecero scen­dere al Brennero, prima del confine, camminammo arrampicandoci per più di 25 chilometri. Superato il valico e arrivati a Vipiteno i carabi­nieri ci prelevarono e ci condussero a Bolzano. Ci fecero fare tre gior­ni di prigione, interrogatori a non finire perché c’erano ancora in cir­colazione tanti profughi e ricerca­ti tedeschi. Quando ci lasciarono, un carabiniere di Bolzano, al qua­le probabilmente facemmo pena, ci diede una lettera raccomandandoci di non aprirla prima di essere arri­vati a Trento. Dentro c’erano tremi­la lire...

Vita molto dura nel campo profughi
 Dove andaste?
Al campo profughi a Fraschette d’Alatri in provincia di Frosinone, dove in realtà c’erano due campi, il numero 1 e il numero due. Lì la vita era molto dura.
 Come vi trattavano?
Non ci trattavano...
Quando ho conosciuto un Lus­signano e un tale di Curzola mi sono sentito meglio. In campo ho incontrato anche Zaratini qua­li Giuseppe Marussich, che stava già al villaggio giuliano dalmata di Roma. Dopo due mesi di per­manenza mi salvò la pallacanestro perché da Venezia e da Pavia mi chiesero di venire a giocare.
 E suo fratello e Antonio Gjer­gja?
Se ne andarono in Cile.
 E lei tra Venezia e Pavia scel­se...
Pavia, perché lì c’era Tullio Rochlitzer che aveva giocato con me a Zara e perché a Pavia, al con­trario di Venezia, mi avevano of­ferto pure un lavoro in fabbrica. Poi purtroppo non se ne fece nien­te per questioni di carte, cittadi­nanza o profuganza, non mi ricor­do più. Così decisero di vendermi al Cantù.


http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3514&Itemid=144

ISIDORO MARSAN Nato nel 1925 a Zara, dove la sua famiglia, titolare di un negozio di generi alimentari, abitava in Borgo Erizzo. (...) Una biografia postbellica la sua, che per un po’ assunse anche i contorni della spy story. Avviato ad una promettente carriera nella squadra di pallacanestro della sua città, nel ‘53, durante una trasferta a Vienna e senza alcuna sua premeditazione, si trovò coinvolto nei progetti di fuga del fratello diciannovenne e di un suo amico coetaneo, militanti anch’essi nella formazione sportiva. Due ore prime della partenza per il rientro a Zara, usciti per fare un po’ di spesa, i ragazzi lo misero a parte delle loro intenzioni. Fra l’altro, non avevano alcuna intenzione di ottemperare ai quattro anni di leva nella Marina jugoslava. Vista la loro determinazione, Isidoro, che dall’alto dei suoi ventotto anni si sentiva responsabile dei due ragazzi, li seguì. Vennero presi in custodia dagli Americani che, contrariamente al parere degli Austriaci, li nascosero; di giorno in una villa, di notte in una caserma, fino alla partenza della loro ormai ex squadra. Seguì, con un piccolo aereo, il trasferimento a Linz in un campo profughi plurietnico. I giovani però credettero di intravvedere un delatore fra gli ospiti di una base jugoslava, esistente a sette chilometri dal loro comprensorio; ragion per cui presero il treno e la via della fuga verso l’Italia. Si diressero al Brennero, area che a Marsan, per i suoi trascorsi di studio, era familiare. Sprovvisti di passaporto però, a 40 chilometri dal confine furono fatti scendere da un controllore. A piedi raggiunsero Vipiteno. Fermati dai carabinieri e riportati al valico confinario, furono trattenuti due giorni per accertamenti. Dopo un altro interrogatorio a Bolzano, vennero mandati al campo profughi di Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone. Prima della partenza, un’anima buona donò loro tremila lire. Praticamente un girone infernale che raccoglieva tutti quelli che nessuno al mondo voleva fu la sgradevole ed angosciosa sistemazione per le prime settimane. Ne emersero con il trasferimento alla normale vivibilità del campo numero 2. Il fratello, dopo qualche mese, emigrò alla volta del Cile. Con lui anche l’altro ragazzo, compagno della movimentata avventura. (...)

da  "Protagonisti senza protagonismo - la storia nella memoria di Giuliani, Istriani, Fiumani e Dalmati nel mondo" di Viviana Facchinetti
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  • ANTONIO STANISSA nato nel 1934 a Torre di Parenzo (…) C’era miseria e non si vedeva un futuro. Antonio si barcamenava con un po’ di pescato. In tutta segretezza, in vista della chiamata alla leva, organizzò la sua fuga verso l’Italia assieme ad un cugino ed altri tre amici. Attesero il bel tempo e poi una sera partirono su di una battana, fingendo di andare a pesca. Volevano dirigersi verso Trieste, ma varie difficoltà, non ultimo il fatto di incrociare per ben due volte le imbarcazioni della milizia, li fecero arrivare alla foce del Tagliamento. Erano le 8.30 del 7 settembre 1954. Come bagaglio, soltanto gli indumenti che aveva addosso. Dopo una prima precaria sistemazione a Venezia, dove furono registrati come profughi, vennero trasferiti al campo di Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone. Un comprensorio alla ribalta sicuramente non per la sua fama positiva: accoglieva infatti gente di tutte la nazionalità e di varia provenienza, spesso anche violenta o con un pedigree non proprio immacolato. Bisognava vivere in allerta. Riuscirono a farsi trasferire nel reparto degli esuli giuliani. Un aggiustamento un po’ “migliore”: 60 in baracca, il vitto da andare a ritirare con la gavetta... "Come profughi non se podeva gnanche pretender certe robe. Bisognava considerar tuto e comportarse ben". (...)

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