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martedì 14 gennaio 2014

"le Fraschette" campo di internamento 

per "stranieri indesiderabili" e rifugiati


Il  Campo Fraschette dopo la guerra  ricostruito , con lunghe baracche in muratura e delimitato da una muraglia con torrette perimetrali e torri centrali di guardia. Era dotato di uno spaccio, dell’infermeria, di una biblioteca, dell’ufficio postale, della chiesa e perfino di una piscina.

Le testimonianze di internati trasferiti da altri campi e i ricordi di alcuni poliziotti in servizio affermano che era pulito, ordinato, ben curato dal personale di guardia e da alcuni internati che collaboravano nella pulizia, nella manutenzione e nella cura del verde. Tutto ciò traspare anche dall’unico e breve filmato della “Settimana Incom” del 17 marzo 1949 intitolato “Alatri il Campo dei profughi delle Fraschette”. 


Ma al suo interno doveva essere rispettata una rigida disciplina, su cui vigilavano i poliziotti  armati sempre di guardia.
Nelle Istruzioni di Polizia Militare in data 16 settembre 1947, (Busta 88, Fasc. 69), è riportato che nessuno estraneo poteva accedere al Campo se non con speciale autorizzazione, gli internati non dovevano aver contatti con borghesi se non per giustificati motivi, il corpo di guardia doveva essere sempre saldamente presidiato. Nella notte gli internati dovevano essere rinchiusi nelle camerate, se trovati fuori camerata e il loro aspetto mostrava intenti aggressivi si poteva far fuoco.
Un rapporto del 15.8.1947 inviato dall’Ispettorato Guardia di Pubblica Sicurezza del Min.Interno all’Ispettorato Generale del Corpo GG.P.S., riferisce che a Fraschette vi erano 127 agenti, tutti armati di moschetto mod. 1891 e con in dotazione anche 10 mitra Beretta e 2 mitragliatrici. Non tutti gli uomini avevano in dotazione la pistola, e anche le munizioni erano scarse.

In tale contesto si registravano, però, forti tensioni tra la popolazione e i poliziotti, come riportato nel rapporto del 19.8.1947 a firma del tenente di P.S. Welko Carbonetti che descrive gli incidenti tra agenti in libera uscita e alcuni cittadini di Alatri (compresi il sindaco e il vicesindaco).  
Nonostante ciò molti agenti si sono integrati, hanno fatto amicizia,  si sono sposati, e si sono stabiliti in Alatri.

Sugli internati, invece, i ricordi degli abitanti di Alatri sono molto vaghi e incerti, vi è memoria solo degli “apolidi” che a piedi raggiungevano Alatri avvolti dai loro lunghi pastrani neri. Ma il campo, ad esempio nel novembre del 1947, ospitava 13 greci, 8 francesi, 2 finlandesi, 3 egiziani, 3 di Danzica, 1 danese, 1 colombiano, 1 cinese, 35 cecoslovacchi, 3 brasiliani, 4 bulgari, 1 boliviano, 3 belgi, 54 austriaci, 7 americani, 15 altoatesini, 20 albanesi, 1 abissino, 1 honduregno, 3 inglesi, 3 iraniani, 3 libici, 3 lituani, 2 norvegesi, 4 olandesi, 2 ebrei, 80 polacchi, 1 portoghese, 27 romeni, 2 siriani, 40 sovietici, 19 spagnoli, 1 svedese, 17 svizzeri, 10 turchi, 50 ungheresi, 150 iugoslavi (serbi, croati e giuliani). I tedeschi erano infine 698.
Alla fine degli anni quaranta al Campo c’era un viavai di delegazioni straniere, Fraschette era al centro dell’attenzione e di esso si parlava sui giornali, in Parlamento e nel Consiglio Comunale.Anche Don Capone ricorda la dura disciplina mantenuta giorno e notte da militari armati che vigilavano per evitare fughe, per questo il Campo era protetto da reticolati di filo spinato e diviso a metà da un lungo muro che separava il “Campo1”, destinato ai più pericolosi, che non potevano uscirne mai, dal “Campo 2” destinato a internati a cui  era  consentito anche di uscire e raggiungere il centro abitato.



Nella primavera del 1950 la diplomazia italiana era stata chiamata ad affrontare il problema degli internati tedeschi rimasti nei campi di Fraschette e di Farfa Sabina. La stampa tedesca aveva pubblicato numerosi articoli in cui i due campi erano descritti come veri e propri lager in cui venivano gettati cittadini germanici incolpevoli, sottoposti senza ragione a violenze e privazioni materiali. Tali notizie avevano prodotto un certo turbamento nell’opinione pubblica.
In mancanza di una regolare rappresentanza diplomatica a Roma, il governo tedesco avviava i primi passi presso le autorità italiane attraverso una propria persona di fiducia in Italia. La scelta tedesca cadde sul conte Giovanni von Planitz, che nel maggio 1950 fu accreditato presso il Ministero dell’Interno e della Difesa della Repubblica italiana come “Incaricato speciale del Governo tedesco federale”, con l’incarico di responsabile della cura degli interessi degli internati tedeschi in Italia. Avvocato di origini tedesche, ma ufficiale in congedo dell’esercito italiano, il conte Von Planitz aveva iniziato ad operare fin dall’inizio dell’anno per il rimpatrio dei cittadini germanici internati a Fraschette.

Nello stesso periodo (inizio degli anni 50) quando l’I.R.O. (International Refugee Organisation) stava chiudendo i propri campi cominciarono ad arrivare i polacchi, cecoslovacchi e ungheresi di origine tedesca espulsi dai rispettivi paesi, nonché un nuovo flusso di oppositori dei regimi comunisti. Nei campi d'internamento sotto l'amministrazione italiana passarono moltissimi ustascia e militari austro-germanici, che nel tempo godettero dell'assistenza di monsignor Hudal e di padre Draganovic.
 
 Il direttore del Comitato austriaco della Pontificia Commissione Assistenza, Mons. Halois Hudal prestò particolare attenzione al problema degli internati austriaci e tedeschi raccolti nei campi di Alatri e di Farfa Sabina. Nell’agosto 1947, scrisse al Ministro dell’Interno Mario Scelba per condannare le condizioni in cui si trovavano gli internati e, pur dichiarandosi convinto che le autorità italiane avessero fatto il possibile, suggeriva però di trasferire i prigionieri tubercolosi, di separare i ragazzi di 15-16 anni dagli uomini, di soccorrere quelli provenienti dai Sudeti, abbandonati da tutti, e anche di integrare  il cibo. 
 Nell’ottobre successivo si rivolse ai propri superiori in Vaticano per perorare il rimpatrio dei prigionieri dai due campi. Nel marzo 1949 Hudal aiutò con denaro l’SS-Sturmbannführer Borante Domizlaff, processato e assolto nel luglio 1948 nel processo Kappler, e internato poi a Fraschette (“Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli  relativi a crimini nazifascisti”  istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107)
Quando il Pontefice autorizzò la formazione della Pontificia Commissione Assistenza per i profughi, gli fu affidata la direzione del comitato per gli austriaci, attivo sino al 1950. Poiché questi ultimi erano poco numerosi, continuò a occuparsi anche dei tedeschi imprigionati nei campi di Fraschette e di Farfa. In proposito premette sull'American National Catholic Welfare Conference e sulla Segreteria di stato vaticana per ottenerne la liberazione. L'episcopato tedesco e la stampa italiana lo accusarono  apertamente di adoperarsi per liberare criminali di guerra come Kappler e Reder, da lui ripetutamente visitati.
Padre Stjepan Draganovic si interessò di far partire i propri compatrioti croati, invocando il loro integerrimo anticomunismo. Ancora nel 1951 trattava con le autorità di polizia per far imbarcare a Genova 150 croati, che voleva mandare in Bolivia.
Nel libro “Edoardo Facchini”, Don Giuseppe Capone, che a quel tempo sostituiva il cappellano militare, lo ricorda perfettamente”: “…Un sacerdote croato che si diceva essere perseguitato da Tito, contro il quale aveva scritto un ben documentato libro “Tito senza maschera”, una sera si era presentato in Seminario per passarvi la notte: era atteso – mi diceva – al Campo Fraschette alle ore antelucane del giorno successivo. Mi pregò di tenere segreta quella venuta, perché poi mi avrebbe spiegato. (…) Era il padre Krusnoslav Stjepan Draganovic., mons. Facchini lo aveva conosciuto quando si prodigava per i Croati del precedente campo e disse che forse veniva ancora per i suoi compatrioti, ma questa volta per visite di tutt’altro tipo. (…) Quella mattina rinunciai a capire ,(…) oggi però viene fuori che a fare la spola da Genova a Roma , tra un ufficio aperto in Albano tra la delegazione argentina e gli uffici romani della Croce Rossa per procurare documenti falsi c’era il P. Draganovic sulla cui attività a favore dei criminali di guerra il Secolo XXIX ha pubblicato il testo del rapporto del Foreign Office nel quale si dice che il prete, definito la mente che sta dentro l’organizzazione ustascia in Italia, interveniva ripetutamente e vigorosamente al quartier generale della Croce rossa Internazionale di Roma nel tentativo di influenzare la graduatoria dei profughi croati.(…). E sembra che al Dott. Draganovic siano stati accordati strumenti di natura officiosa che gli consentivano di recarsi di persona ai campi per consultare i vari leader ustascia” ( Adista n° 65 , 20 settembre 2003).(…)Padre Draganovic, venne anche una seconda  e terza volta, con lo stesso rituale e la stessa segretezza.”

Negli anni 1953-1955 diminuì notevolmente il numero di internati tedeschi mentre non risultano presenti internati austriaci, ma aumentò la presenza di “profughi d’oltre Cortina”. Nel 1956 infine gli Iugoslavi erano ben 464 su 615







dal libro "le Fraschette di Alatri da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi" di Costantini e Figliozzi

Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo 


Laszlo Kubala e quella partita al campo Sanità di Alatri

 Kubala è il nome di un talentuoso giocatore ungherese che negli anni '50 fece le fortune del Barcellona; “Kubala” è anche il titolo di un film-documentario che Tibor Kocsis, regista magiaro, sta realizzando sulla vita dell'atleta, passando per storie, incontri, documenti, fotografie. Una ricerca che ha condotto la troupe ungherese fino al Campo Le Fraschette ad  Alatri.
Sì, perché Laszlo Kubala    giocò nel 1949, sul mitico campo della Sanità, una partita passata agli annali.
Ma chi era Kubala? Nato a Budapest nel '27, a poco più di 20 anni lasciò l'Ungheria, fuggendo dal regime comunista. Vestì la maglia di tre nazionali (Cecoslovacchia, Ungheria e Spagna) e, da talentuoso giocatore qual era, per dieci anni (dal '51 al '61) fece le fortune del Barcellona: con la maglia azul-grana vinse 4 campionati spagnoli, 5 Coppe di Spagna e 2 Coppe delle Fiere (l'antenata dell'attuale Uefa League).
La sua presenza ad Alatri si deve all'ingegno e alle capacità di Flavio Fiorletta, che riuscì ad organizzare un'amichevole tra la squadra locale ed una serie di campioni d'oltre cortina ma a quel tempo in Italia come esuli e profughi, alcuni al campo profughi Le Fraschette di Alatri.
Tibor Kocsis ed il suo aiutante Andras Horvath, con la collaborazione dell'operatore Francesco, hanno così ricostruito la gara, intervistando quei ragazzi del '49 e raccogliendo aneddoti e particolari inediti, il tutto grazie anche al lavoro svolto dietro le quinte dal giornalista Rolando Mignini e da Marilinda Figliozzi.
Tanti gli episodi emersi nel corso delle interviste e che hanno visto protagonisti Raniero Rossi, Valerio Del Greco, Guido Pietrobono “Pandora”, Tommaso Minnucci, Remo Fiorletta, Peppe Evangelisti, Vincenzo Papitto, Pasqualino il barbiere e Sistino “Ciccio” Macciocca. Qualche esempio? “Kubala era un giocatore molto elegante, sempre disponibile ed educato. Un signore”, “Non voleva che si sapesse la sua vera identità, poiché non aveva documenti con sé”. Tibor Kocsis si è detto soddisfatto e sorpreso dalla quantità e dalla qualità del materiale raccolto: “Alatri è stata una vera scoperta, in ogni senso. Abbiamo trovato un paese bellissimo e delle persone molto disponibili, che ci hanno aiutato tantissimo. Abbiamo raccolto molte storie per il film, molto più di quanto ci aspettavamo”. Il documentario su Kubala dovrebbe veder la luce entro il 2015.
Ma, a proposito, come finì quello storico incontro di calcio?  Vinsero “loro” per 2-0, ma solo perché decisero di non giocare...”. E nella foto sottostante, lo scatto di questa storica partita: Laszlo Kubala è al centro della scena con la maglia a righe verticali 
 Articolo Di Pietro Antonucci 
I giocatori della squadra locale  hanno una striscia orizzontale bianca sulla maglietta.
Da sinistra Remo Fiorletta,l’ungherese Toth “prestato” all’Alatri, Remo Rossi, Sordi, Antonio Vona, Rocco di Giulio,
in Basso: Edmondo Vona, Incitti, Sardini, Bartolotti
Alcune immagini delle riprese per il Film 
sulla vita di Kubala